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Prestazioni e Servizi

Psicologo a Bologna

Dott.ssa Dingi Elisa Psicologa

La PSICOLOGA Dott.ssa. ELISA DINGI, nel suo studio di Via Valdossola 20, a Bologna, è specializzata nei seguenti settori:

- consulenze sulla gentiorialità
- consulenze psicologiche 
- osservazioni su minori 
- servizi per la salute mentale 
- disturbi dell'alimentazione: bulimia e anoressia
- terapie per la depressione 
- fobie 
- psicoterapie di coppia 
- disturbi dell'umore 
- attacchi di panico 
- psicoterapie individuali 
- disturbi della sfera sessuale 
- disturbi del sonno

Si effettuano anche terapie domiciliare via skype previo contatto telefonico al 
347 3126647


Psicologo Dingi Elisa Bologna
Ecco come fare per raggiungere lo studio di Bologna della Dottoressa psicologa ELISA DINGI:

Disturbi dell'alimentazione 

Bulimia e Anoressia

La sensazione di inadeguatezza, la non accettazione di sé o l'ossessione per il cibo possono portare alle conseguenze estreme dei disturbi dell'alimentazione. La psicoterapeuta di Bologna offre un supporto qualificato ai pazienti di tutte le età che sperimentano comportamenti alimentari sbagliati e potenzialmente pericolosi per la salute. La psicoterapeuta aiuta i pazienti affetti da anoressia e bulimia a superare il problema, offrendo su richiesta una consulenza psicologica anche ai loro famigliari.

Consulenza sulla genitorialità e consulenza di coppia

Se non riesci più a comunicare con il tuo partner e anche l'intesa sessuale è ormai perduta, rivolgiti alla psicoterapeuta di Bologna. La dottoressa Elisa Dingi è specializzata in terapie di coppia, con particolare riferimento anche alle problematiche di sessuologia. La psicoterapeuta è inoltre a disposizione per servizi di consulenza famigliare, indirizzati a bambini, coppie e famiglie che devono superare momenti di crisi e problemi personali. Chiama per informazioni, la psicoterapeuta è a tua completa disposizione!
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Articoli

A cura della Psicologa Dott.ssa Elisa Dingi

Le coppie: vissuti, crisi e terapia

L'innamoramento: perchè ci si sceglie
disturbi di coppia

Ognuno di noi  è già predisposto, a livello inconscio ad un particolare  incontro; si incontra ciò che nel nostro inconscio esiste già. Freud diceva che "trovare l'oggetto del desiderio, in realtà, vuol dire solo ritrovarlo".

Il partner ci sembra una persona già conosciuta perché spesso ha delle caratteristiche e dei modi di fare che ci riportano al carattere e al modo di relazionarsi dei nostri genitori. Ognuno di noi è già in qualche modo predisposto o a riproporre o ad evitare con tutte le sue forze ciò che ci ha influenzato tanto profondamente nel nostro passato.

L'altro ci sembra così "familiare", è come se ci si conoscesse da sempre e la scelta non è mai casuale: siamo attratti da quei modi di fare e di essere dell'altro che ci riconducono profondamente al primario rapporto d'amore con le figure genitoriali. Ognuno di noi è predisposto a riprodurre o al contrario a fuggire questa relazione primaria che ci ha segnato profondamente..

SI viene a creare una sorta di idealizzazione del partner; si annullano i confini tra l'Io e il Tu e si diventa così "una cosa sola". Ci sono anche persone che vengono sopraffatte dal timore di essere "soffocate"all'interno della relazione. Inoltre potremmo essere attratti da qualcuno che ci ricorda nostro padre o nostra madre, o meglio l'immagine che di loro abbiamo introiettato nell'inconscio. E' sempre vivo in noi il desiderio che il partner ci permetta di avere una riedizione del rapporto speciale che abbiamo avuto con i nostri oggetti d'amore passati.

Da un'indagine risulta che le componenti che molti di noi riconoscono come fondanti di un rapporto d'amore sono:

1) la fedeltà

2 ) la stima

3) il rispetto

4) l'attrazione fisica

5) la progettualità e gli interessi comuni

Ma anche tutte queste componenti prese insieme potrebbero essere riassuntive del sentimento amoroso? La risposta è no. L'esperienza dell'innamoramento è qualcosa di unico nel suo genere. E' qualcosa che sconvolge profondamente e che ci può anche far cambiare gusti, modi di pensare, abitudini,....

 Come capiamo quando siamo veramente innamorati? Quando dedichiamo tutte le energie nel tentativo di capire quale posto ognuno di noi occupa nella vita dell'altro e non riusciamo più a vivere se non abbiamo il partner al nostro fianco, quando cerchiamo continuamente le prove reali del fatto che ci ama, quando sentiamo forte la sua mancanza, e diventa l'unico che può colmare quel vuoto con la sua presenza. Essere innamorati vuol anche dire svegliarsi con quella sensazione di felicità e così anche avvenimenti come andare a lavoro o affrontare un esame difficile all'università acquisiscono un valore differente.

LA CRISI DI COPPIA

Ciò che negli ultimi 30-40 anni si è rilevato a livello sociale è la crescente fragilità dell'istituzione familiare e soprattutto della coppia che ne è alla base.  Emergono molte vulnerabilità  legate non solo a fasi di passaggio nell'arco evolutivo della coppia (figli, menopausa e crisi di mezz'età, malattie ed invecchiamento) ma iscritta trasversalmente lungo tutta l'esistenza della coppia stessa. Questo può essere cagionato dalle seguenti ragioni:

1) modificazioni socio-culturali che hanno portato ad una modifica anche dei ruoli assunti all'interno  e fuori della famiglia (quasi tutte le donne lavorano  a tempo pieno o part-time e molte aspirano ad una carriera professionale che spesso le porta a dover fare delle scelte  difficili e contrastate).

2) allungamento dell'età media di morte (se nel dopoguerra la previsione di vita media era sui 60-70 anni ora ha superato gli 80)

3) l'età in cui in genere si arriva a procreare si è spostata in avanti di 10-15 anni per le donne ( ora si attesta intorno 30-35 anni ed in alcuni casi le primipare hanno anche 40 anni) fenomeno dovuto all'allungamento della vita media, al prolungamento degli studi (quasi tutti vanno all'università e poi impiegano alcuni anni a trovare un lavoro confacente) ed anche a scelte professionali e di vita.

4) la profonda crisi economica che ha colpito tutto il mondo nel 2008.

Tutto questo ha avuto un grande contraccolpo sulla strutturazione delle famiglie e sulle relazioni al loro interno.

Innanzitutto il passaggio dalla famiglia estesa (che prevedeva la presenza di più figli) a quella nucleareha determinato la centralizzazione delle competenze parentali nelle figure del padre e della madre generando una dipendenza emotiva esclusiva tra i coniugi e tra essi e i figli. La presenza spesso solo dei genitori nella gestione del figlio ha fatto sì che essi facessero fatica a preservare la propria dimensione coniugale

C'è stato poi un sostanziale sfaldamento ed una discontinuità tra le trame generazionali. Non esiste più un modello familiare consolidato a cui fare riferimento ed in grado di funzionare quale involucro psichico con funzioni di contenimento.

La coppia da una parte ha sicuramente una maggiore libertà di scelta individuale che un tempo era un tabù (l'uomo non avrebbe mai potuto assentarsi per un congedo paternità e la donna non sarebbe mai andata a lavorare lasciando la cura della prole ai propri genitori, all'asilo nido e scuola materna, ad una baby sitter o al proprio compagno) dall'altra la modifica del proprio ruolo, delle proprie funzioni, delle norme valoriali. Gli individui riconoscono il legame di coppia come un oggetto privilegiato, come determinante per la propria vita emotiva in misura maggiore rispetto al passato affidandogli il compito di avamposto psichico contro la solitudine intesa come coscienza della propria separatezza.

Da anni stiamo assistendo ad un sostanziale incremento della fragilità narcisistica nelle persone. L'appagamento di desideri personali tende ad essere ricercato in forma assoluta e il differimento della gratificazione è qualcosa di inaccettabile e i progetti non realizzati vengono vissuti come sconfitte e fallimenti spesso accompagnati da una profonda rabbia. In molte relazioni il partner viene considerato come una sorta di "oggetto sè"  con una negazione profonda dell'alterità.

Il fatto poi di arrivare a scoprire dopo un certo periodo di tempo che l'altro è separato ed ha proprie idee e sentimenti può determinare  la negazione della realtà,  movimenti volti a forzare l'altro ad un cambiamento o come detto sopra reazioni molto forti di impotenza, frustrazione e rabbia.

Questa onnipotenza narcisistica spesso rischia anche di far fallire la terapiaperché vengono messe in campo richieste di risoluzione magica dei problemi di coppia in risposta ad una profonda angoscia legata all'inadeguatezza, c'è il desiderio che il problema venga risolto subito senza tempi di attesa e spesso manca anche una cornice affettiva che garantisca un'adeguata dipendenza emotiva (sia tra i membri della coppia sia verso il terapeuta). La vicinanza emotiva profonda viene vissuta come pericolosa perché c'è il timore di essere sottomessi e dominati o addirittura fagocitati dall'altro. Un Sè fragile tenderà quindi a strutturarsi su fantasie di onnipotenza con un adattamento relazionale solo superficiale.

A volte, ed è qui che si genera spesso la crisi, la coppia ha difficoltà a reperire dentro di sè le risorse emotive per dare vita ad un progetto generativo proprio e a costituirsi quale contenitore per la nascita di se stessa e dei figli.

IL TRADIMENTO

L'infedeltà è un evento molto doloroso che distrugge il patto di fiduciatra i due partner, sconvolge gli equilibri che tenevano in piedi la coppia. Gli etologi sostengono che il maschio è istintivamente portato ad avere più rapporti per propagare la specie; per la psicoanalisi l'uomo ha bisogno di verificare continuamente la sua efficienza sessuale. La domanda è: il mio pene funziona bene? Il tradimento è generalmente collegato ad una sofferenza e non è facile tradire, senza provare ansia o senso di colpa.

Amare vuol dire elevare sopra un piedistallo la donna amata mentre desiderarla sessualmente significa farne un oggetto, l'obiettivo delle proprie pulsioni. E' faticoso far coesistere  l'aspetto  della donna angelicata e quello dell'oggetto sessuale nella stessa persona e a volte gli uomini scelgono  due figure femminili distinte . Può succedere che l' infedeltà coincida con la nascita dei figli, quando la donna è portata a concentrarsi sul figlio e "trascura" il marito. In questi casi lo stesso si sente quasi legittimato ad avere una relazione parallela che lo ripaghi delle attenzioni mancate.

Per la donna, il termine di paragone viene ad essere la madre, le figlie si confrontano con la capacità generativa. Il bisogno di sicurezza e la stabilità sono, in fantasia, garantite dalla capacità di fare dei figli. Le donne, se tradiscono, il più delle volte è perché si innamorano, raramente trascinano la storia clandestina a lungo, prima o poi arrivano ad una decisione, preferiscono vivere i sentimenti alla luce del sole.

Il tradimento ci dice che all'interno della coppia si è rotto uno schema di continuità, che poteva essere rassicurante ma non costruttivo.  Non è mai un evento inaspettato e inspiegabile ( a differenza di quanto sostengono i partner traditi) perché si inserisce all'interno di un rapporto che ha già delle fratture manifeste o nascoste, dove ci sono dei vuoti che si cerca di colmare: un'altra persona, un lavoro, una nuova passione. Ci dà indicazioni sul fatto che forse nessuno o quantomeno uno dei due in quella coppia non è presente al rapporto. Sono due partner che restano vicini, però non sono più "realmente insieme";  possono anche avere una vita  sessuale intensa  e solo in apparenza essere felici ma non si entusiasmano più, non c’è più piacere di parlarsi ed ascoltarsi. In estrema sintesi non si provano più le stesse emozioni dell'inizio del rapporto. 

Secondo diverse teorie il tradimento è un evento che va letto in chiave positiva e che ha potenzialità trasformative. E' un  tentativo estremo (inconscio)che la coppia in crisi mette in atto nella speranza di cambiare. I due partner ne sono coinvolti allo stesso modo e ne subiscono entrambi un forte contraccolpo. È un modo inconsapevole usato dalla coppia per evitare di far fronte ai propri problemi. Perché il patto alla base di una relazione amorosa non è scontato ma va rinnovato continuamente ed è in questo senso che è possibile vedere l’infedeltà come elemento costruttivo. Le ristrutturazioni degli equilibri di coppia sono sempre complesse e delicate.
In “Amare tradire”  lo psicoanalista Aldo Carotenuto scrive che “anche se spesso il tradimento viene vissuto come la distruzione dell’amore, in realtà esso rappresenta il motore della sua trasformazione”. Il messaggio è che “cambiamento e fallimento sono profondamente legati e quindi se non attraversiamo il fallimento, l’errore, la ferita, la disillusione non saremo in grado né di guarire, né di proseguire per la nostra strada”.

QUANDO CI SI SENTE SOFFOCARE.

All'inizio di una storia d'amore è fondamentale condividere tutto: amici, gli stessi film, lo sport. Molti sono convinti che quando si ama, si debba fare inevitabilmente le stesse cose o pensare nello stesso modo, altrimenti non è vero amore. In un secondo momento, può accadere di avere la sensazione di perdere la propria identità:  il partner diventa una sorta di prolungamento noi stessi. Il desiderio di condividere momenti si affievolisce e subentra monotonia e stanchezza. Capita così di sentirsi soffocare all'interno della coppia e si comincia ad avere confusione sui propri sentimenti. Essere chiusi all'interno del rapporto crea dubbi sulla capacità di distinguere i propri desideri e bisogni da quelli dell'altro e cominciano a verificarsi sentimenti claustrofobici. Essere in due vuol anche dire saper dire di no, affermare e coltivare se stessi al di là dell'altro, sottolineare le differenze.  Sarebbe fondamentale coltivare interessi ed hobbies individuali e non sforzarsi sempre di fare quello che all'altro fa piacere. Prima o poi saremo così stanchi che  incolperemo l'altro delle nostre  frustrazioni.

Se nella coppia uno dei due comincia a fare dei passi autonomamente, senza la presenza dell'altro, quest'ultimo potrebbe soffrirne molto, viverlo come un tradimento. Chi comincia a ricercare spazi non condivisi ha probabilmente preso coscienza di essere stato prigioniero di schemi comportamentali non autentici. Il punto di forza di una coppia solida è capire che il creare spazi autonomi non è la negazione dell'amore ma anzi la garanzia che esso potrà esprimersi liberamente che arricchirà e porterà nuove energie alla relazione. La relazione simbioticanon è una relazione autentica perché i due partner non scambiano nulla ma tendono a " voler possedere" l'altro oppure voler garantirsi la dipendenza dell'altro(nella speranza vana che non fugga). In queste coppie in genere manca il confronto aperto perché si teme disperatamente il conflittoche potrebbe fare da scintilla a paure abbandonicheassolutamente ingestibili.

LA SEPARAZIONE

Chi sperimenta una separazione assiste alla conclusione di un sogno di reciprocità, al fallimento di un progetto insieme all'altro. Nei casi di rottura del rapporto di coppia, spesso chi se ne va è il più forte psichicamente. Più raramente la rottura è voluta da entrambi i componenti della coppia. Vi sono diversi tipi di dolore che si accompagnano alla separazione e che vengono anche vissuti con entità diversa a seconda che si sia la persona che lascia o colui/lei che viene lasciato/a. Chi lascia in genere sta molto male prima dell'evento ma durante e dopo vive meglio la situazione. Chi viene lasciato sta invece molto male durante e soprattutto dopo e prova dei forti sentimenti di rancore per l'ex compagno. Subentra un forte desiderio di rivalsa per i torti subiti e contemporaneamente l'illusione che l'altro ritorni.

L'elaborazione di un fallimento affettivo si evolve in più fasi: il dolore iniziale, la presa di coscienza, la rabbia, il senso di colpa, lariprogettazione della propria vita. La persona separata o divorziata soffre molto di più se non ha la vicinanza affettiva di parenti o amici. Non è certo facile imparare a gestire la propria vita senza l'altro/a . La peggior reazione però, dopo un insuccesso del rapporto di coppia, è chiudersi in se stessi, colpevolizzarsi, cadere in una crisi di autosvalutazione.

Nelle prime fasi dell' " elaborazione del lutto",la persona lasciata pensa solo ai momenti belli trascorsi con l'ex compagno/a. A volte diviene impossibile accettare la realtà del distacco e il dolore sembra insopportabile (in alcuni casi purtroppo le persone cercano anche di porre fine alla propria vita o a quella dell'altro). La separazione dal partner certamente disorienta, però, può essere anche fonte di una rinascita personale. Se la separazione è vissuta con un disagio tanto forte da rendere estremamente difficoltoso il condurre una normale esistenza può rivelarsi importante rivolgersi ad uno psicoterapeuta di fiducia.

Le donne, rispetto agli uomini, riescono più facilmente a chiudere un rapporto prima di dare vita ad un altro: forse sono più predisposte ad interrompere quando sentono di potersi fidare del nuovo partner e di poter contare sul suo attaccamento.

Sapersi separare vuol dire aver raggiunto la capacità di individuazione, avere una chiara identità personale, e una chiara rappresentazione di sé e degli altri. Non ci si può separare senza provare o accettare il dolore..

Disturbo da attacchi di panico

attacchi di panico

E' un disturbo che al giorno d'oggi è molto comune. Ne soffrono molte persone e spesso le stesse non sono in grado di dare un nome a questo disturbo che si presenta con una vasta gamma di sintomi.
Secondo la classificazione diagnostica del DSM IV per essere classificato come attacco di panico la persona deve avvertire le seguenti sensazioni:

  1. Paura incombente di morte; di perdere il controllo o che stia capitando qualcosa di terribile;
  2. Forte sudorazione, sensazione di sbandamento o vertigini;
  3. Tachicardia, palpitazioni o extrasistoli, senso di pressione forte sul petto;
  4. Dispnea e fatica respiratoria, sensazione di soffocamento;
  5. Nausea e dolori addominali (crampi e/o diarrea);
  6. Tremori agli arti o parestesie (torpori o sensazioni di formicolio);

Questi sintomi possono presentarsi insieme o anche separatamente. L'attacco di panico può durare da alcuni secondi a diversi minuti fino ad un massimo di mezz'ora. Possono presentarsi però diversi attacchi di panico a distanza di pochi minuti e la percezione del paziente può essere quella di un unico attacco complessivo.
Molti pazienti con attacco di panico spesso pensano di star morendo per un attacco di cuore e si recano al pronto soccorso pensando ad un infarto.

In realtà nessun attacco di panico, anche il più intenso può provocare un infarto.

Purtroppo molte volte l'attacco di panico si manifesta anche con agorafobia (paura di luoghi dai quali sarebbe difficile allontanarsi) e molti pazienti tendono ad evitare tutta una serie di situazioni (vedi concerti, manifestazioni affollate, cinema, ecc..) che li porterebbero, in caso di attacco, a mettere in atto tutta una serie di comportamenti imbarazzanti e li esporrebbe alla possibilità di non avere l'aiuto necessario.
Secondo le statistiche i pazienti che hanno attacco di panico con agorafobia sono più o meno pari a quelli che l'hanno senza. La differenza e che spesso gli attacchi di panico con agorafobia sono più invalidanti e quindi c'è una percentuale più alta di pazienti che si rivolgono ad uno psichiatra. Uno dei problemi più gravi è proprio il non riconoscimento della patologia anche se grazie ai mezzi di comunicazione le persone oggi hanno più possibilità di informarsi e di riconoscere i sintomi.

Gli attacchi di panico hanno un significato psicologico nascosto. Vi è sicuramente un nesso molto stretto tra l'angoscia di separazione e gli attacchi di panico. Molti psicoanalisti hanno verificato che i loro pazienti che hanno avuto attacchi di panico avevano subito dei lutti nei giorni o nei mesi precedenti l'insorgere del disturbo. I pazienti con attacchi di panico soffrono di una carenza della costanza d'oggetto e non sono in grado soprattutto all'inizio della terapia di interiorizzare il loro terapeuta. Questo provoca loro molto disagio nei momenti di interruzione della terapia (vacanze, malattie...) ed un incremento del disturbo. Una psicoterapia ad orientamento psicodinamico garantirà al paziente di ottenere ottimi risultati aumentandone la consapevolezza e prevenendo un futuro insorgere di nuove sintomatologie legate all'ansia.

Distrubo ossessivo compulsivo

Le ossessioni sono pensieri egodistonici ricorrenti che si presentano spesso rallentando e disturbando la persona nello svolgimento delle attività quotidiane.
Le compulsioni invece sono comportamenti ritualizzati che devono essere fatti per alleviare l'angoscia.

Spesso i pazienti si lamentano delle seguenti categorie di rituali:

  1. Rituali che prevedono delle verifiche (aver spento le luci e il gas prima di uscire di casa, verificare più volte di aver mandato fax o spedito mail, verificare di aver impostato certi programmi nel computer, lavatrice o lavastoviglie ecc.)
  2. Rituali di pulizia (personale o della casa);
  3. pensieri ossessivi abbinati a compulsione (pensiero di pulizia legato al lavaggio mani, viso, corpo);
  4. rituali misti (ordine degli oggetti, contare cose e parole, ecc...)

Il motivo per cui più frequentemente le persone che soffrono di questo tipo di disturbo si recano da uno psicologo è perché glielo suggeriscono le persone che li amano perché trovano ingestibili i loro rituali o perché essi stessi non riescono più a vivere nelle loro stesse "gabbie mentali".

Il disturbo ossessivo compulsivo spesso è complicato da depressione e da una grave menomazione del funzionamento sociale e professionale. La classificazione secondo il DSM IV del disturbo è disturbo d'ansia in quanto la funzione primaria di un'ossessione o di un rituale sembra essere quella di regolare l'angoscia. Freud notò che molte caratteristiche associate alle personalità ossessive come la pulizia, l'ostinazione, la preoccupazione per la puntualità, la tendenza a ritirarsi rappresentano gli aspetti di uno scenario legato alla pulizia. Ritrovando poi, nei racconti dei sogni di molti pazienti, l'immaginario anale e anche il racconto di esperienze di pressioni genitoriali volte al controllo sfinterico precoce arrivò a teorizzare che la richiesta di controllo e giudizio rispetto al defecare in orari stabiliti creava sentimenti di rabbia e aggressività nel bambino che percepiva la defecazione come parte di se cattiva, sadica e di cui vergognarsi. Il bisogno di acquisire il controllo, di essere puntuale, pulito e ragionevole diventava quindi essenziale per questi pazienti per il mantenimento della propria identità e autostima. Le due emozioni che caratterizzano il quadro generale di un ossessivo sono la rabbia e la paura. La rabbia per essere controllato e la paura di essere scoperto e punito. Sono pazienti che hanno anche un profondo senso di vergogna perché temono sempre di venir scoperte inadeguate. Queste persone hanno grandi aspettative su di sè e le proiettano sul terapeuta poi si sentono in imbarazzo quando paiono inadeguate rispetto allo standard di azione e pensiero appropriati.

Le persone ossessive sono molto preoccupate del controllo e della rettitudine morale: comportarsi bene significa cioè tenere sotto controllo le parti del Sè aggressive, licenziose e bisognose. La diffusione delle idee freudiane ha fatto si che molte famiglie oggi che sono sintonizzate su aspetti di controllo e differimento della gratificazione hanno cambiato le pratiche di allevamento dei figli imponendo standard elevati sociali (non sono più i genitori a richiedere certe cose ma è la società, la scuola, l'università, ecc..) favorendo più un'idea di vergogna che di senso di colpa ("comportati bene perché se no gli altri ti giudicheranno male"). Molti pazienti ossessivi hanno molte difficoltà quando devono fare delle scelte. Purtroppo questo si nota spesso con pazienti ossessivi quando devono prendere decisioni impegnative che potrebbero avere delle ricadute importanti sulla loro vita o su quella di persone loro vicine. Essi nel tentativo di tenere aperta ogni opzione per avere il controllo su ogni possibile esito, rimangono paralizzati e finiscono per non effettuare nessuna scelta. Questo origina in loro un profondo senso di frustrazione e di impotenza. Le persone ossessive spesso temono le critiche e sono insofferenti al piacere, all'avidità, alla vanità, all'indolenza e considerano biasimevole provare certi sentimenti (spesso questo deriva dall'educazione ricevuta in famiglia).

Questi pazienti ottengono ottimi risultati da Psicoterapie ad orientamento Psicodinamico che approfondiscono le cause che hanno originato il disturbo. L'atteggiamento perseverante e non giudicante del terapeuta consentirà al paziente di riuscire ad esprimere liberamente i propri sentimenti ed emozioni e di comprendere i meccanismi che condizionano spesso il loro modo di vivere.

Anoressia e Bulimia. Come affrontare il problema

Anoressia e Bulimia

Tra i sintomi più conosciuti dell’anoressia nervosa vi è la rapida e significativa perdita di peso. Questo disturbo già noto nell’ottocento decolla definitivamente negli anni Settanta fino a raggiungere lo status attuale; anche Freud accenna nei suo trattati all’anoressia dilagante nelle giovani donne. Pierre Janet agli inizi del 1900 riferì di numerosi casi di anoressia. Anche Janet distingueva una forma primaria caratterizzata dal rifiuto di mangiare accompagnato anche da un eccessivo controllo esercitato sul cibo e una forma secondaria.

Le interpretazioni psicoanalitiche a cavallo degli anni Quaranta in America propendevano per un’origine sessuale del disturbo che indicava quale origine della patologia una sorta di negazione di certi impulsi perversi. Però l’eccessivo accento posto solo sui fattori sessuali determinò nell’approccio terapeutico scarsi risultati: bisognava tener conto di un quadro più ampio che tenesse conto dei bisogni particolari di ogni paziente anoressica.

La Psicoanalista Hilde Bruch pubblicò nel 1973 un libro sui disturbi dell’alimentazione. Nel suo testo “ Patologia del comportamento alimentare” vennero prese in considerazione sia l’anoressia che l’obesità. La psicoanalista indicava come unica la matrice problematica che originava due disturbi così diversi: l’immagine di sé. La Bruch sosteneva che c’era una connessione tra le alterazioni patologiche della forma e del peso corporeo e i disturbi in cui l’alimentazione diventava centrale nel conflitto psichico. Secondo la stessa autrice l’anoressia non poteva essere interpretata solo in termini di sviluppo psicosessuale ma doveva essere letta nei termini di un complessivo sviluppo della personalità all’interno del contesto familiare. La psicoanalista sosteneva che il corpo di queste bambine venisse vissuto come se fosse separato da sè, come se fosse appartenuto ai genitori. Queste pazienti mancavano di autonomia. Secondo la Bruch l'origine del disturbo era da ricercarsi in una relazione disturbata con la madre. Questa sembrava prendersi cura della figlia non relativamente ai bisogni della stessa ma sulla base dei propri. La bimba quindi non arrivava mai a sviluppare una propria identità separata da quella materna. Lo sviluppo del disturbo era la risultante di un tentativo estremo della paziente di ottenere attenzione e riconoscimento.
Anche la Bruch sosteneva che esistessero due forme di anoressia: una primaria che vedeva sempre tre caratteristiche distintive centrali: una immagine corporea distorta, l’incapacità di identificare le sensazioni e le emozioni interne ed un senso totale di inefficacia rispetto alla realizzazione di proprie aspettative e desideri come se i propri pensieri e sentimenti fossero il riflesso di richieste provenienti da altri. E’ come se le pazienti anoressiche pensassero di non essere mai capaci di controllare il proprio destino, come se qualcuno decidesse sempre al posto loro. La psicoanalista suggerisce come l’anoressia di solito si presenti in fase adolescenziale proprio perché l’autonomia e lo sviluppo della padronanza delle proprie azioni diventa predominante rispetto a tutto il resto e dovrebbe portare ad essere indipendenti dai genitori.
La forma anoressia secondaria o atipica è quella che vede la presenza di conflitti psicologici centrati sulla funzione alimentare. Tale forma viene comunque ripresa anche nel DSM- IV e va sotto il termine "Disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati”.

Masterson (1970-1980) ha notato molte somiglianze tra le dinamiche di certi pazienti anoressiche e quelle di pazienti con disturbi borderline di personalità. Mancando un senso di identità il bambino è portato a sviluppare un falso Sé per fare piacere alla madre.

L'autrice Fabiola De Clercq (anch'essa paziente anoressica e oggi psicoanalista fondatrice dell'associazione ABA) scrive queste interessanti righe che ben rendono lo stato di rabbia e impotenza delle pazienti con anoressia nervosa: " Il vero bersaglio della tua rabbia, l'unica persona a cui procuri un male infinito, indicibile, è te stessa. Con accanimento scarichi su di te tutta l'aggressività che non hai potuto esprimere a chi, di volta in volta, ti ha fatto sentire poco considerata, non amata, usata". Anche la Selvini Palazzoli (1963) ha notato come le pazienti anoressiche non sono state in grado di separarsi dalla madre.

La figura del padre è spesso marginale e in molti trattati viene descritto come superficiale ed incline a non supportare la figlia nei momenti di difficoltà. Spesso entrambi i genitori sono insoddisfatti del matrimonio e la figlia diventa un oggetto-Sé che assolve la funzione di convalida di ogni genitore.

Purtroppo quando la paziente anoressica arriva dal medico la malattia è già in una fase avanzata e l'unica soluzione è il ricovero ospedaliero. Spesso la famiglia spera che sia un disturbo passeggero e tenta di negare la reale gravità della situazione. Spesso i genitori cadono nel circolo vizioso di evitare di mostrare e comunicare emozioni (problematica che spesso permea questo tipo di famiglie). Quando il disturbo è identificato clinicamente la paziente sta già molto male e comincia a presentare i seguenti sintomi: 1) cachessia (pallore e affaticamento muscolare), una diminuzione ponderale del peso del 20% o più, 3) amenorrea persistente da alcuni mesi, 4) brachicardia, 5) disturbi elettrolitici con bassi livelli di potassio e cloruro nel sangue. Al ricovero ospedaliero spesso viene aggiunta una psicoterapia individuale (l'orientamento può essere sistemico, cognitivista o psicodinamico) e richiederà sicuramente molto tempo. Può essere anche utilizzata una terapia familiare che veda la presa in carico anche dei genitori e dei fratelli e sorelle.

Le pazienti con bulimia nervosa in genere vengono distinte da quelle con anoressia nervosa perché hanno un peso generalmente normale e questo purtroppo consente di nascondere il disturbo anche per tanti anni.
E' con l'inizio degli anni Settanta che la patologia comincia a diffondersi. Consiste in un ciclo di abbuffate e condotte di eliminazione. La bulimia è attualmente più frequente dell'anoressia. La prima descrizione del fenomeno risale al 1976 ed ebbe come oggetto di studio delle studentesse di un college americano. Russel alla fine degli anni Settanta sottolineò il rapporto sottile che lega anoressia e bulimia. Molte sue pazienti in passato erano state anoressiche. Oggi viene delineata anche una sottocategoria di anoressiche sottogruppo bulimiche (anoressia bulimica) che include pazienti sottopeso (seppur non tanto come le anoressiche) che si purgano o si provocano il vomito dopo episodi di abbuffate. (Hsu, 1986).
Le pazienti anoressiche si differenziano dalle bulimiche perché hanno una maggiore forza dell'Io e un maggior controllo del Super-Io; le pazienti bulimiche hanno invece una certa incapacità di posticipare la scarica di impulsi a causa di un Io debole. Spesso le pazienti bulimiche vengono assimilate a pazienti con dipendenza perchè vivono un forte senso di compulsione verso l'abbuffata che consente di scaricare ansia e tensione e dopo averlo fatto scatta un senso di vergogna imperante che le porta a scaricare tutto attraverso il vomito autoindotto. A volte lo sconforto diventa così ingestibile che si desidera avere un conforto ed un aiuto per affrontare il problema. Nell'ambito della terapia però queste pazienti fanno fatica a rimanere perché esse vorrebbero ridurre il senso di confusione e prostrazione causato da questa condotta alimentare ma sono combattute perché sottostare al trattamento vuol dire essere private della libertà di abbuffarsi. Spesso le pazienti con bulimia nervosa vengono da contesti familiare poco accudenti e che hanno determinato una loro adultizzazione prematura. Esse tendono ad avere secondo Craig Johnson una personalità falso sè. Dietro l'apparenza di una giovane donna di successo si nasconde una persona fragile e che si vive come dipendente, incapace e con scarsa autostima.
Queste bambine vengono usate per convalidare i genitori. Le qualità cattive ed inaccettabili dei genitori vengono proiettate nella bambina bulimica che diviene depositaria di tutta la cattiveria. L'espulsione della cattiveria sotto forma di vomito consente alla paziente di volersi bene. Il sentimento di bontà è ovviamente instabile in quanto basato su scissione, diniego e proiezione dell'aggressività. Le pazienti bulimiche traggono spesso molto beneficio da un trattamento psicodinamico perché molte soffrono anche di disturbo di personalità borderline o depressioni significative.

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